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I’m Expedition: l’avventura nella foresta del Borneo

Una spedizione nella foresta del Borneo per documentare la salute di uno dei principali polmoni verdi del nostro pianeta.

I'mexpeditionNIkonUsare la fotografia come strumento per parlare di ecologia e natura: Christian Patrick Ricci, fotografo e giornalista di viaggio e natura, ha trasformato questo nella sua professione, parlando di ambiente, di ecosostenibilità e di luoghi da sogno attraverso immagini e video realizzati negli angoli più remoti del nostro pianeta.

A ottobre si è svolto uno dei suoi più recenti progetti: I’m Expedition di Nikon School, che lo ha visto protagonista insieme ad altri 2 colleghi fotografi e video maker di un progetto dedicato alla foresta del Borneo: un angolo del pianeta – che tanto angolo non è, considerando che la sua dimensione è simile a quella dell’Europa – il cui stato di salute è messo in pericolo dall’uomo e dalla gestione sconsiderata di questi territori; un diario di viaggio che usa immagini potenti per raccontare il dramma di questo preziosissimo polmone verde della Terra.

Cosa ti ha spinto a specializzarti in natura e viaggi? Come sei diventato un professionista di questo settore?

Sono più di 20 anni che lavoro come fotografo professionista, dal lontano 1983, e ho avuto la possibilità di collaborare e farmi le ossa con Enti e associazioni molto importanti, visitando gli angoli più remoti del nostro pianeta. Ho sempre usato la fotografia per esprimere e comunicare quello che vedevo con i miei occhi e con il passare degli anni ho trovato la mia strada, ciò che mi appassionava veramente: usare la fotografia per parlare di ambiente, ecosostenibilità, in maniera autonoma e vera, senza filtri. Questo progetto racconta la realtà liberamente e fa informazione attraverso le immagini, mostrando a chi non lo sa cosa succede davvero nella foresta del Borneo.

Perché la scelta è caduta proprio sul Borneo?

La risposta è molto semplice: tutti sono a conoscenza del disastro ambientale che si sta vivendo nella foresta amazzonica, ma pochi conoscono la situazione del Borneo. Il mio impegno come giornalista e fotografo è quello di informare e raccontare il mondo che mi circonda, e grazie a questo progetto di Nikon abbiamo potuto farlo al meglio. La realtà che abbiamo scoperto è ancora peggiore di quello che avevamo ipotizzato: il 70% della foresta del Borneo è stata distrutta, con danno permanente alla biodiversità della zona. Il responsabile di questo scempio è come sempre accade l’uomo, che ha causato gravissimi danni alla biodiversità di questa zone, distruggendo al foresta per creare sconfinate piantagioni di palme da olio e commerciando illegalmente le preziose e ricercate essenze tropicali.

Qual è la reale situazione della foresta del Borneo al giorno d’oggi?

Sconvolgente, questa è l’unica parola che mi viene in mente se ripenso a cosa ho visto durante questa esperienza. Le lobbies del legame distruggono in maniera sconsiderata la foresta per poter commerciare legname proveniente da alberi centenari dalle dimensioni incredibili. Le monoculture di palma da olio si fanno spazio bruciando e spianando kilometri e kilometri di foresta per creare le condizioni adatte alla piantumazione delle palme. Come sempre accade l’uomo non si rende conto, o ancora peggio non si preoccupa, degli effetti che un’attività del genere sta avendo sull’ecosistema del Borneo e del nostro pianeta in generale. Questa zona, infatti, è tra le più complesse ed eterogenee dal punto di vista ambientale e animale del mondo. Qui il dramma della deforestazione e della distruzione ha assunto dimensioni immani: l’uomo è il responsabile della scomparsa di un intero habitat e quello che è stato fatto avrà un impatto pesantissimo sul presente e sul futuro delle nuove generazioni e della Terra stessa.

Come vive la popolazione Dayak, abitanti millenari di queste terre, il dramma della foresta del Borneo?

Durante la nostra spedizione abbiamo vissuto a stretto contatto con la popolazione Dayak, abbiamo dormito e mangiato insieme, quindi abbiamo avuto modo di entrare in sintonia con loro. Non sono abituati al turismo – questa non è una meta del turismo di massa – e non avevano mai visto degli italiani prima di noi. Conducono una vita molto semplice seguendo i ritmi della natura e sono grandi conoscitori della foresta, umili e generosi. Da una parte ci sono le persone che hanno a cuore la salvaguardia del Borneo e lottano per proteggere la biodiversità locale al meglio; esiste, però anche una parte della popolazione Dayak che pur di sopravvivere è entrata suo malgrado nel circuito del legname e delle palme da olio: questi vivono come veri e propri schiavi, in una situazione simile a quella degli indiani americani, confinati nelle riserve a fine Ottocento.

Quali sono le difficoltà principali che avete incontrato durante il vostro viaggio?

Sicuramente il problema più grande sono stati gli spostamenti: gli incendi appiccati senza controllo invadono il cielo, rendendolo perennemente grigio di fumo e impedendo molti dei tranfer aerei interni che avevamo progettato. Noi ci spostiamo con un’attrezzatura pesante e ingombrante, circa 40 Kg a testa, e la mancanza della disponibilità aerea ha rappresentato un problema non da poco. Percorrendo parti a piedi e grazie ai fuoristrada siamo sempre arrivati a destinazione, ma anche nel caso dei 4×4 i problemi non sono mancati: in Borneo il carburante è molto costoso per la popolazione locale, e la disponibilità è limitata, rendendolo molto difficile da reperire. Oltre a queste difficoltà abbiamo dovuto anche affrontare il problema dell’elettricità: macchine fotografiche e video devono essere alimentate praticamente ogni giorno, così come i computer che usavamo per rimanere in contatto con l’Italia e raccogliere il materiale prodotto durante la giornata. Abbiamo usato pannelli solari e i generatori disponibili quando raggiungevano i villaggi ma l’organizzazione è stata complessa. Come se questo non bastasse abbiamo anche dovuto affrontare la foresta e la sopravvivenza all’aria aperta ogni giorno della nostra spedizione: grazie alla partnership tecnica con SurvivalShop, abbiamo affrontato le difficoltà quotidiane al meglio: i prodotti Bear Grylls Gerber Survival sono stati stati molto preziosi, così come coltelli, accendi fuoco, pastiglie depurative e sacche waterproof che ci hanno permesso di proteggere tutta la nostra attrezzatura da umidità, acqua e sporco; insomma, un aiuto fondamentale per affrontare le situazioni difficili che la foresta ci ha obbligato a superare, dandoci la possibilità di concentrarci al meglio sul nostro obiettivo nella foresta del Borneo.

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