La “saga” dei Pierluigi nel mistero Orlandi e una confessione «Se parlo mi ammazzano» | Fabio Sciarpelletti

La “saga” dei Pierluigi nel mistero Orlandi e una confessione «Se parlo mi ammazzano» – Fabio Sciarpelletti

manuelaIl caso di Emanuela Orlandi potrebbe restare per sempre un giallo senza soluzione. Una nube nera in cui perdersi alla ricerca perenne di luce.

A 32 anni dalla scomparsa della giovane cittadina vaticana la procura di Roma ha chiesto oggi l’archiviazione delle indagini provocando una profonda frattura tra il procuratore Giuseppe Pignatone (firmatario dell’atto) e l’aggiunto Giancarlo Capaldo (ex titolare dall’inchiesta).

La richiesta, però, ha fatto venire alla ribalta un elemento nuovo, un personaggio fino ad oggi rimasto nell’ombra.

Un testimone, coetaneo della ragazza rapita, che fu vittima di minacce e intimidazioni. Ha 47 anni e si chiama Pierluigi, come il primo telefonista alla famiglia e come un monsignore, citato dall’ormai famoso fotografo indagato e autoconfesso Fassoni Accetti.

Pierluigi, tenete e mente questo nome perché in questa storia ricorre fin troppe volte.

Partiamo dalla novità e dalla prima volta che compare un Pierluigi sulla scena Orlandi.

Il 27 ottobre 1987 nella prima telefonata pervenuta alla redazione della trasmissione Telefono Giallo un uomo disse: “Sono Pierluigi, se parlo mi ammazzano”

Riportata finalmente oggi su un atto ufficiale, la circostanza non pare di poco conto: paradossalmente la richiesta di archiviazione fornisce infatti un elemento importantissimo per tentare di giungere alla verità, dal momento che viene rivelata l’identità di una persona (oggi 47 enne) che quattro anni dopo i fatti (essendo già maggiorenne) si sentiva in pericolo di vita proprio in relazione al rapimento della figlia del messo pontificio.

Cosa fece la procura nell’ottobre del 1987? Si limitò a verificare se quel Pierluigi che chiamò in Rai era lo stesso «Pierluigi» che il 25 giugno 1983 (tre giorni dopo la scomparsa) telefonò a casa della quindicenne.

Un accertamento risolto con un nulla di fatto, anche perché la chiamata non era stata registrata.

Sarà stata la stessa persona o abbiamo a che fare con due soggetti diversi che hanno in comune solo il nome?

Esiste poi un altro Pierluigi, un alto prelato, che da pochi mesi è stato rimosso da Papa Francesco dal ruolo di vice camerlengo.

Il misterioso e ambiguo personaggio fa Celata di cognome.

La notizia è passata in secondo piano, ma si tratta di un passo di rilievo nella linea di pulizia intrapresa da Papa Bergoglio.

Un quadro su cui pesa il mistero del rapimento di due ragazze quindicenni (Emanuela Orlandi e Mirella Gregori) avvenuto nel 1983, sullo sfondo di uno scenario internazionale tra i più torbidi segnato da un vero e proprio scontro, senza esclusione di colpi, tra fazioni opposte in Vaticano, divise sulla politica di Wojtyla contro il blocco sovietico.

L’autorevole porporato Pierluigi Celata, nominato vice camerlengo nel 2012 da papa Ratzinger, è stato sempre molto vicino al cardinale Casaroli, allora Segretario di Stato, fautore a cavallo tra gli anni 70-80 della Ostpolitik, la cosiddetta politica di normalizzazione con la Repubblica Democratica Tedesca.

Secondo quanto mise nero su bianco il faccendiere Francesco Pazienza, nella sua autobiografia (“Il disubbidiente”, 1999), mai smentita, Celata avrebbe costituito un punto di riferimento anche per il Sismi, in particolare nel contrastare la figura di Marcinkus alla guida dello Ior, attraverso scandali da creare ad hoc.

Il nome di Celata è stato più volte riferito dal supertestimone Marco Fassoni Accetti, che si è autoaccusato del doppio ruolo di telefonista e di agente operativo nei rapimenti Orlandi-Gregori, per conto di una fazione “progressista” all’ombra del Cupolone oggi ribattezzata il “Ganglio”.

Tale gruppo – e ciò era già stato storicamente acclarato – faceva riferimento al cardinale Casaroli e a esponenti religiosi lituani e francesi che si opponevano alla politica anticomunista di papa Giovanni Paolo II.

Accetti, oltre ad avere avuto un ruolo nel rapimento come telefonista, avrebbe svolto operazioni di “attenzionamento” fotografico e dossieraggio contro gli ecclesiastici favorevoli alla linea anticomunista di Papa Wojtyla .

Celata confessore di Accetti

Lo stesso Fassoni Accetti ha infatti dichiarato che il suo gruppo (laici ed ecclesiastici favorevoli alla Ostpolitik del cardinale Casaroli, in contrasto con il fermo anticomunismo di papa Wojtyla) scelse di battezzare come «Pierluigi» il telefonista che contattò casa Orlandi per mandare un messaggio in codice alla fazione opposta: il nome avrebbe richiamato quello di una nota personalità , monsignor Pierluigi Celata, stretto collaboratore di Casaroli, nonché in anni passati (ecco la connessione) direttore del San Giuseppe De Merode, il collegio frequentato alle scuole medie dall’indagato.

«Sono Pierluigi, vostra figlia è stata vista a Campo de’ Fiori, vendeva collanine e aveva con sé il flauto…», disse l’inquietante personaggio allo zio di Emanuela.

Con quel nome, sostiene Fassoni Accetti, i sequestratori intendevano «firmare» l’azione, alla quale far seguire i ricatti (sottotraccia, con telefonate riservate) legati alla politica estera vaticana e alla gestione dello Ior targato Marcinkus.

Ora, nella «saga dei Pierluigi», ne è spuntato un altro, chissà quanto in grado di rivelare retroscena importanti, magari risolutivi.

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  1. Mi risulta che recentemente Monsignor Celata è stato sollevato dai suoi incarichi . Raggiunti limiti di età o altro ?

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