Diana Vreeland after Diana Vreeland. L’avanguardista della moda celebrata a Venezia

Dire che Diana Vreeland si è occupata solo di moda significa banalizzare i suoi meriti. È stata un’osservatrice saggia e arguta del suo tempo. Ha vissuto una vita piena“. Jackie Onassis commenta così l’operato di Diana Vreeland ed io, documentandomi sulla sua esperienza di donna e “lavoratrice” impetuosa, non posso che assecondare le sue parole.
Diana Dalziel nasce a Parigi nel 1903, da un elegante banchiere scozzese e una socialite americana. La sua vita si svolge fra Londra, la capitale francese e l’America, divenendo la signora Vreeland quando sposa, nel 1924, l’elegante Reed, uomo con il quale intreccerà un’unione saldissima. Si trova, dunque, sin da bambina a frequentare ambienti e luoghi esteticamente fecondi, che contribuiranno a formare una sua visione singolare della moda. Quando inaugura la sua carriera di giornalista per Harper’s Bazaar, stravolge sin da subito il concetto di rivista, di servizi, di rubriche, di linguaggio. Affermazioni quali “L’eleganza è rifiutare” sono percepite come lapidarie e scioccanti. Ed eternamente valide. Il suo lavoro prosegue da Vogue, in qualità di direttore, e le sue copertine mostrano non solo modelle, ma volti noti: lancia le celebrities nell’aureo mondo della moda, divendendo esse le protagoniste da emulare (Barbra Streisand per esempio).
Con lei prendono vita le figure del fashion editor, dello stylist e dell’assistente alla fotografia: si reca sul set per lavorare a braccetto con Avedon, indicandogli di volta in volta il tipo di immagine che esige per il servizio (prima di lei i fotografi erano totalmente autonomi e solo cronachistici).
Dopo l’editoria è la volta dell’esposizione museale: diviene special consultant per il Metropolitan Museum of Art. Prima aveva stravolto un giornale, ora metteva a soqquadro i luoghi sacri di un museo. Organizza una esposizione, quella degli abiti di Yves Saint Laurent, stilista amatissimo, per cui i più grideranno allo scandalo: è la prima volta che una mostra ha per oggetto-soggetto un artista e stilista ancora in vita, concependo lei la moda come una forma d’arte da esporre appunto all’interno di un museo. Precede, dunque, l’intuizione di un connubio fortissimo fra arte e moda, su cui oggi tanto si dibatte e a questo proposito prende proprio degli abiti, i fantomatici Mondrian, e li appende alla parete, quasi fossero dei dipinti. Il genio Diana rende omaggio al genio Yves.
Ebbene, tutto questo è “Diana Vreeland after Diana Vreeland“, a cura di Maria Luisa Frisa, dello Iuav di Venezia, e di Judith Clark, del London College of Fashion, presso Palazzo Fortuny fino al 25 giugno.
In una dimora quattrocentesco appartenuta ad un uomo eclettico, Mariano Fortuny, fra le altre cose stilista e creatore del’adorabile plissè (le tuniche Delphos sono dei totem della moda), vengono mostrati al pubblico alcuni degli abiti appartenuti a Diana, ma anche quelli provenienti dal MET, dalla fondazione Pierre Bergè-Yves Saint Laurent di Parigi, dello spagnolo Museo Balenciaga, dagli archivi privati delle maison Chanel, Missoni, Schiaparelli.
Un cavallo bianco e ai suoi lati abiti in maglia di Missoni degli anni ’70 e un Pucci dei ’60, da lei entrambi stimatissimi per le tinte ineguagliabili.
Le plissettature di Mariano Fortuny, l’eleganza eccentrica di Elsa Schiaparelli, quella sofisticata di Coco Chanel (da sinistra a destra).
Henry Matisse, costume per la produzione dei Ballets Russes de la Chant du Rossignol di Igor Strawinsky, 1920 e in primo piano copie di Harper’s Bazaar e Vogue, con il bella vista (per me e non per voi, purtroppo) la rubrica “Why don’t you“, irriverente, arguta, innovativa.
In primo piano, bolero da matador, dietro al quale si erge un autentico Balenciaga (Vreeland amava incondizionatamente le uniformi e i colori unici dello stilista spagnolo).
L’armadio, con all’interno accessori personali, lettere, fotografie, libri.
Diana Vreeland ci fornisce una lezione preziosissima: “La maggiore volgarità è qualsiasi imitazione della giovinezza e della bellezza“. Non è una donna bella, è piuttosto bruttina, nonostante una madre e una sorella splendide, eppure comprende quanto lo stile, la personalità, siano strumenti e doti che vanno oltre la mera esteriorità. Le coltiva, Diana, per divenire un personaggio raffinato, nei gesti, nell’indomita presenza e sovversivo, nelle parole, nelle azioni  Oggi non vivono donne tali da eguagliarla, esistono anzi, “professioniste” del settore che si abbigliano ridicolmente compiendo scelte editoriali spesso discutibili. La linea fra l’eccentricità senza tempo e la comicità delle mise di oggi apprezzata dai soli fashion blogger e simili è molto sottile e lei non l’ha mai oltrepassata.
P.S. Ho trovato che le illuminazioni fossero scarsissime, in alcuni punti era realmente difficile poter osservare gli abiti e per quanto riguarda la cabina, le calzature erano posizionate troppo in alto perchè potessero essere ammirate. Scelte con dietro una motivazione tecnica tale da pacificare il mio animo agitato?
Per info, questo il il link della mostra. Il Palazzo è sontuoso e nobile, come Venezia tutta: una città dove la moda si è svolta eccezionalmente e in maniera unica non poteva che essere ospitata Diana.
La ScoMODamente
http://lascomodamente.blogspot.it/2012/06/diana-vreeland-after-diana-vreeland.html
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