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Là dove c’era Ortica

“Là dove c’era l’erba, ora c’è una città…”.

Se il malinconico ricordo del Molleggiato calza a pennello per l’oramai centralissima via Gluck, a due passi dalla Stazione Centrale di Milano, figuriamoci se Adriano fosse anche lui nato per caso in via Ortica…

Avrebbe atteso con ancora più rimpianto di tornare a sentire l’amico treno che fischia così?

Wa wa!

Ortica.

Un insieme di vie circondate da quartieri e da nuove città che sono diventati grandi. Dall’operaia Lambrate, con la sua nuova vocazione di distretto dell’arte, alla supponente Città Studi, che già dal nome sembrerebbe volersi distinguersi dai quartieri limitrofi, con la sua carica di cultura e la sua brulicante popolazione di futuri dottori, scienziati e ricercatori, passando per la Segrate della tivvù, dei libri e dei futuristici quartieri residenziali degli anni Ottanta, fino ad arrivare alla porta nel cielo della città di Milano, Linate.

Persino il tram numero cinque – che dalle estreme propaggini nord di Milano, Niguarda, si spinge fino a queste latitudini – a dispetto della veletta che recita e sembra promettere: “Ortica”, si ferma al di qua del ponte, in via Milesi, quasi timoroso a spingersi oltre…

Sfiderei chiunque di voi a non soffrire di un gigantesco complesso d’inferiorità.

Quasi ad assestarle il definitivo colpo di grazia, le hanno da poco costruito in seno un quartiere nel quartiere, Rubattino: una serie di palazzoni a dieci piani tutti uguali, un superstore e persino l’onore del nome dell’uscita della Tangenziale Est…

Ma Ortica, niente.

Non se ne cura.

Eppure, anche se magari non se n’è accorta, è cambiata tanto anch’essa nel corso degli anni…

Sembra che il nome derivi da orto, ortaglia, luogo destinato alle coltivazioni, abitato prima da contadini e poi da ferrovieri, allorquando, dal 1896, fu realizzata proprio qui la prima stazione ferroviaria di Lambrate, allora comune autonomo, del quale Ortica era soltanto una frazione.

Lungo l’antica via che congiungeva Milano a Treviglio cominciò, quindi, a svilupparsi e a vivere un’umanità estremamente compatta, e per certi versi isolata dalla vicina Milano.

Avvolta dal lato di via Cima dal muro di cinta della ferrovia “lenta” dei treni merci verso Milano Smistamento e dei locali verso Bergamo, dall’altro lato chiusa dalla strada ferrata dei treni diretti al Sud, anche idealmente difficile da raggiungere se non valicando le colonne d’Ercole dell’anonimo cavalcavia Buccari, Ortica costituì per lungo tempo un mondo a parte, da cui non capitava mai di passare, a meno che non si volesse proprio andare lì…

Fu questo forzato isolamento, tuttavia, che consentì di cementare al proprio interno i rapporti umani, tanto che ancora oggi gli abitanti del rione sono orgogliosi di dire che vivono “in Ortica”, e non a Lambrate.

Negli anni Trenta del Novecento fu chiusa anche la stazione, ricostruita in piazza Bottini, più verso il centro, più verso la Vita.

Pian piano, poi, scomparvero i prati, e arrivò anche qui il boom edilizio.

Arrivarono i palazzi, arrivarono le fabbriche, i Martinitt coi loro trovatelli, giunse l’Esercito che occupò un intero quadrilatero di vie, vi passò Jannacci con la sua scalcinata banda da soliti ignoti, vi trovò casa persino il panettone delle Tre Marie, ma resistette il senso di comunità, che continuava a raccogliersi nei circoli, nelle osterie, nella ex-stazione poi diventata dopolavoro ferroviario e infine balera, proprio nella piazzetta di fronte alla medievale chiesetta di San Faustino, cuore della vecchia Ortica…

E resistette anche, seppur in parte, la natura agricola del borgo, con i suoi campi e con una serie di cascine che rappresentano mirabili e purtroppo sempre più rari esempi delle corti lombarde in città…

Ma qualcosa, negli anni più recenti, sembra essere cambiato.

Sempre più spesso, giovani e meno giovani milanesi d’oltre cortina si spingono adesso – dapprima timidamente, poi con crescente naturalezza – da queste parti…

Chi – la domenica – per il vassoio di cassatine o di cannoli della famosa pasticceria eoliana, chi – a orari vespertini – per un boccale di birra e uno stinco di maiale alla bavarese presso il noto Giardino, o chi – ancora – perché incuriosito da quell’osteria dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Cinquanta, nello stesso luogo in cui, a quanto riferiscono le Carte, sorgeva un tempo l’osteria dell’Ortica che diede poi il nome all’intero rione…

Forse ci siete venuti anche voi… Forse in quella parte del quartiere chiamata Cavriano, magari a fare sport al centro Saini, o per andare in quelle famose discoteche, d’estate, oppure magari ci lavorate, in quel palazzo di vetro dietro via Tucidide, e non immaginate nemmeno di essere all’Ortica…

Fatto sta che ne è passata di acqua sotto i ponti (acqua del Lambro, naturalmente), ma l’Ortica resiste e si rinnova al contempo.

Oggi è un quartiere che guarda al futuro, che è parte integrante della Milano di domani e che serba ancora sorprese e giovani realtà che fremono dalla voglia di emergere.

Ma, al tempo stesso, resiste, abbarbicato tenacemente alla sua storia, alla sua operosità e alle sue tradizioni, e pronto a difendersi da chiunque abbia intenzione di sradicarle.

Come l’ortica, appunto.

Mirko Elia

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