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Nell’agosto 2020 l’architetto e designer Carlo Bartoli, classe 1931, è mancato lasciando a tutti quelli che lo hanno conosciuto il ricordo della sua intensa vita in cui lavoro e famiglia si sono uniti in uno scambio reciproco di esperienze e soddisfazioni.

Fin da bambini i figli Anna e Paolo hanno respirato la storia del design attraverso i progetti realizzati da Carlo ed entrando in contatto con le personalità che frequentavano la famiglia: architetti, designer, artisti, fotografi, giornalisti, imprenditori…
Entrambi assorbono questa cultura e seguono le orme del padre con cui iniziano ben presto a collaborare arrivando, dopo oltre un decennio di progetti condivisi, a confermare il legame anche professionale dando vita nel 2007 allo studio associato Bartoli Design.

Con il team di collaboratori Carlo Bartoli instaura rapporti importanti e duraturi, come ricordano Anna e Paolo: “Il suo carattere sul lavoro non era facile, era puntiglioso, caparbio e difficilmente modificava le sue convinzioni, però era estremamente corretto con i collaboratori, preoccupato, pronto ad intervenire per i loro eventuali problemi e sempre interessato ad insegnare perché esprimessero il meglio di sé. Con molti ha creato legami che superano il lavoro”.

Nello studio di Monza, impregnato di cultura del design e continua innovazione, si lavora come in un grande laboratorio: «ci siamo organizzati come una moderna bottega rinascimentale, un team in cui ci si confronta, si discute e ognuno apporta il proprio contributo, la propria creatività e capacita specifica».

In questo luogo ricco di ispirazione si applica ancora oggi il metodo di lavoro che Carlo ha impostato dai suoi primi progetti e che ha trasmesso ai figli e a tutto lo studio: ci si focalizza sulla creazione di modelli che, dallo schizzo, permettono di passare al prototipo, accompagnando ogni fase della progettazione, fino al prodotto finito.

“Carlo aveva una grande mano”, raccontano Anna e Paolo, “ha sempre usato lo schizzo per esprimere le fasi iniziali di un progetto: il primo appunto dell’idea era un disegno, spesso a biro BIC nera, e solo in un secondo momento passava al modello.
Questi schizzi lo accompagnano anche negli altri momenti della vita, dai viaggi ai memo. In vacanza spesso disegnava oppure si divertiva a riprodurre opere notissime a tempera, olio, acquerello; quindi ci troviamo in studio un Mirò, a casa un Picasso e un De Chirico…”.

Anna e Paolo hanno condiviso con lui i racconti degli esordi della carriera negli anni Sessanta, le soddisfazioni professionali per la poltrona Gaia di Arflex, esposta al MoMA di New York e alla Triennale Milano, o per la sedia 4875 di Kartell, la prima al mondo prodotta in polipropilene. Proprio questa seduta mostra le varie sfaccettature della vita professionale e privata del designer. “Come detto,” spiega Anna “i modelli sono diventati il suo e il nostro metodo di ricerca e approfondimento del progetto di design: abbiamo un laboratorio di modellismo dove, a volte per tempi infiniti, si studia e ristudia una seduta, un giunto, un particolare”.

In merito alla famosa sedia disegnata per Kartell, continua Anna: “Si sentiva in colpa per avere messo sotto pressione uno studente giapponese coinvolto nella messa a punto della 4875 di Kartell, facendo e disfacendo il modello per ben tre anni. Ma, la soddisfazione per entrambi è stata poi grande quando la seduta ha ottenuto grande successo commerciale ed è stata inserita tra gli oggetti esposti al Centre Pompidou di Parigi”.

Molte sono state le ricerche anche per la sedia R606UNO per Segis, firmata Bartoli Design + Fauciglietti Engineering, quest’ultimo introducendo un nuovo materiale e poi insieme ricercando intensamente la sua corretta applicazione, culminata nel Compasso d’Oro 2008. Qualche anno prima invece, sempre per Segis, aveva chiamato a collaborare un altro pilastro del mondo del design, Ettore Sottsass, che disegnerà per loro la sedia Trono.

Sono tanti gli imprenditori che lo ricordano con affetto e che devono a lui prima, e a Bartoli Design poi, molto della propria crescita.
Paolo Bartoli racconta: “A casa nostra i conoscenti diventavano clienti, i clienti amici, i figli dei clienti amici dei figli del designer. Così, basata sulla stima, si è creata una solida relazione con moltissimi imprenditori. All’empatia umana che Carlo riusciva a creare e alla sua schiettezza, ha unito doti di intuito, perseveranza e comprensione delle aziende nella loro complessità…quindi era facile stabilire rapporti intensi con i committenti”.

E Anna Bartoli aggiunge: “Nelle riunioni a volte risultava anche troppo diretto (cosa che peraltro imputava a me!) ma gli amici imprenditori vedevano la manifestazione della sua passione ed onestà intellettuale”.

Del suo “segno progettuale” Enrico Baleri dice: “Disegnava morbido, non conosceva gli spigoli o le storture e aveva la prerogativa che tutto ciò che disegnava riceveva incondizionata l’approvazione del mercato… Lui, un po’ come Vico Magistretti, era vicino al suo pubblico e lo soddisfaceva con la rotondità dei suoi prodotti”.

In effetti, unita alla ricerca dell’essenziale c’era quella capacità di comprendere le esigenze delle aziende, contribuendo al loro successo, come da motivazione del Compasso d’Oro alla Carriera nel 2016 che per l’architetto è stato un importante riconoscimento e che recita proprio così: Carlo Bartoli è stato premiato “per aver saputo coniugare, nella propria esperienza professionale, una poetica costantemente volta alla ricerca dell’essenza del gesto creativo a una particolare capacità di entrare in sintonia con le esigenze di crescita e di sviluppo di molte aziende dell’arredo. Fornisce alle imprese incontrate apporti ogni volta originali ed innovativi, contribuendo in tal modo al loro successo. Un percorso rigoroso di progetto, declinato nei diversi ambiti tematici, con sobrietà e misura, contribuendo costantemente all’arricchimento della cultura del design italiano”.

Della sua vita personale e lavorativa c’è ancora molto da scoprire, Anna e Paolo sono orgogliosi di poterla raccontare e di sviluppare l’eredità culturale e umana che Carlo lascia nel rispetto di quanto ricevuto in tutti questi anni in cui la loro vita professionale si è amabilmente legata a quella famigliare.

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