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la festa del ritorno

A volte non siamo noi che scegliamo i libri ma sono loro che scelgono i propri lettori. Non so quanti di voi condivideranno questa mia sensazione ma spesso quando mi ritrovo tra gli scaffali di una libreria alla ricerca di qualcosa di nuovo da leggere ho come l’impressione di essere richiamato da un libro, messo in mezzo ad altri chissà da quanto tempo.

Non so cosa generi questa attrattiva tra lettore e opera, forse il titolo che spesso riporta a sensazioni già vissute, forse l’immagine di copertina che riesce a catturare la nostra curiosità visiva. Sicuramente quel che si crea è una sorta di alchimia che ti spinge a impossessarti di quel testo.

Questo mi è accaduto con il romanzo di Carmine Abate, pubblicato per la prima volta nel 2004 nella Piccola Biblioteca Oscar, grazie al quale, l’autore calabrese si è fatto conoscere al grande pubblico.

Mondadori ripropone, dopo oltre dieci anni dal suo esordio, una nuova edizione di questo romanzo di formazione. Quale occasione migliore per godere di una lettura che riesce ad arrivare al cuore del lettore?

La festa del ritorno, titolo di questo straordinario lavoro che trascina il pubblico fino alle soglie di un paesino dell’entroterra calabrese, Hora, nome di fantasia ma che trae ispirazione da Carfizzi, paese natale dell’autore.

Qui il tempo fluisce seguendo i ritmi lenti dei paesini di montagna. I protagonisti sono immersi nella semplicità e nella durezza di un’esistenza che li ha relegati nell’aspro territorio silano.

La vita dei campi basta appena per poter sopravvivere ma di certo non può bastare a Tullio che, per garantire ai suoi figli la possibilità di studiare e avere un futuro migliore, quello che a lui è stato negato, decide, come tanti altri giovani uomini del paese di emigrare in Francia. Lo accompagna in terra straniera il dolore quasi lancinante di dovere lasciare la propria famiglia e ad attenderlo ci sarà il duro e claustrofobico lavoro nelle miniere d’oltralpe.

A narrare la storia è, però, il piccolo Marco, figlio di Tullio. Vero protagonista del romanzo. Il ragazzo ci aiuta a guardare attraverso i suoi occhi, vivaci e disincantati, i luoghi della sua terra, madre e nemica dei figli suoi. Ci fa quasi sentire i profumi della vegetazione selvaggia che circonda il suo paese, i sapori della cucina povera calabrese ma in particolare ci aiuta a cogliere tutte le emozioni, le attese e le speranze che si agitano nel suo giovane animo per la lontananza del padre emigrato e per i suoi ritorni. Grazie alla sincera spontaneità di questo fanciullo riusciamo ad arrivare all’intima essenza delle cose.

Il ritorno dell’uomo dalla Francia rappresenta per Marco il momento del ricongiungimento, della guarigione da una ferita che si riapre continuamente e che lui e la sua famiglia tutta, subiscono in quanto deprivati della figura portante, il padre appunto, colui che guida e protegge, colui che dà consigli e aiuta i propri figli a crescere.

Sono, dunque, i momenti più intensi della vita del giovane protagonista che sono poi gli stessi vissuti da Carmine Abate, figlio di un genitore emigrante ed egli stesso emigrante a sua volta, prima in Germania e poi in Trentino.

Quella festa del ritorno, l’autore l’ha vissuta sulla sua pelle e, attraverso Marco, la fa rivivere ai suoi lettori.

Abate ci riesce grazie anche alla dimensione multilinguistica del suo romanzo. In esso, infatti, si intrecciano italiano, germanese francese ma soprattutto arbèresh, parlato nel piccolo paese di origine. La lingua madre di Abate è infatti, come lui stesso sostiene, l’arbèresh. Questa pluralità linguistica dona al romanzo una dimensione fortemente realistica e dà vita a un piccolo miracolo linguistico dal quale si dipanano emozioni e sentimenti a cui non si potrà restare indifferenti.

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