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Se ve lo siete persi, onestamente è stato un peccato.

Sabato scorso, all’interno dello Spazio Tribu di via Pitteri, si è tenuto il workshop “Le mani di Guido”, un incontro dedicato all’opera di uno dei più grandi innovatori a livello mondiale dell’arte del fumetto: Guido Crepax.

A dieci anni dalla scomparsa di Guido, il figlio Antonio Crepax e il nostro Gabriele Roveda ci hanno proposto un appassionante viaggio alla scoperta dei processi creativi, del contesto storico e familiare in cui Crepax operava e di alcune delle tavole più espressive e rappresentative della sua personalissima “rivoluzione”.

Naturalmente, non erano da soli in questo percorso: ad accompagnarli lungo la narrazione, il personaggio più conosciuto e amato che sia mai scaturito dalla penna di Guido, l’affascinante Valentina.

Non sono anni facili, quelli.

Nel 1965, quando Valentina fa la sua prima, rumorosa apparizione sulle pagine di Linus, lei ha già ventitré anni. È bella, sensuale, indipendente e fragile.

Non sa ancora (o forse sì, ma finge di ignorarlo con quella tipica, giovanile sfrontatezza femminile) che dovrà lottare parecchio per farsi strada in un mondo – quello del fumetto italiano – ancora dominato non solo dai personaggi maschili ma anche e soprattutto dalla tradizione e dalla schematicità.

In Italia i fumetti erano ancora relegati al rango di “giornaletti”: passatempi per ragazzi, mentre in America quel geniaccio di Walt Disney, tra paperi e topi, cominciava a introdurre i primi elementi di novità…

Nel 1965, però, qualcosa comincia a muoversi. Il giorno di Natale Valentina compie appunto ventitré anni, ma qualche mese prima – in aprile – esce il primo numero della rivista che ospiterà il suo caschetto nero per la prima volta: Linus.

Sotto le direzioni di Giovanni Gandini, prima, e di Oreste Del Buono, poi, Linus conquista una posizione assolutamente centrale nel panorama del fumetto e della cultura giovanile italiana. Sulle pagine di Linus appariranno personaggi conosciuti e amati dal grande pubblico, quali Corto Maltese di Hugo Pratt, Dick Tracy di Chester Gould, Popeye di Segar, e, appunto, Valentina di Guido Crepax.

Ed è proprio Crepax che approccia il mondo del fumetto con uno stile mai visto finora in Italia.

L’abilità e insieme la straordinaria innovazione dell’artista milanese sta, infatti, nel raccontare attraverso le immagini. Il fumetto – quindi – come forma autonoma di linguaggio espressivo, che emoziona e racconta non più soltanto attraverso i dialoghi, ma mediante la forza delle immagini, posizionandosi quindi su un livello “altro”, più elevato rispetto a quello cui i lettori italiani erano abituati.

Già da alcuni anni, difatti, cominciano ad apparire nei fumetti italiani alcune innovazioni tecniche mutuate dal fumetto americano: l’abbandono dell’uso sistematico dei quadri regolari a favore di tagli obliqui, irregolari; gli stilemi dinamici per mostrare il senso del movimento; l’utilizzo del particolare e del dettaglio per trasmettere il senso profondo della narrazione…

Con Valentina cambia tutto.

Già dalla prima tavola del primo racconto, “La curva di Lesmo”, ci si accorge che qualcosa non è più come prima. Anzi, più di qualcosa.

I quadri non sono più regolari, semplici cornici di una scena, ma sono essi stessi parte integrante della narrazione e funzionali al racconto. La tavola viene costruita alla stregua di un disegno architettonico, la proporzione aurea si adatta al significato profondo della scena, dando vita a quadri allargati e sfasati per rendere l’idea del movimento, il fondo può diventare nero per avere il focus su un particolare…

Si passa, in altre parole, da un’inquadratura di tipo teatrale (il palco, fermo e immutabile, con gli attori sulla scena), a una di tipo cinematografico (la cinepresa che inquadra i soggetti da differenti angolazioni).

Tendenza esplicitata dall’utilizzo di numerosi strumenti tipici della settima arte: lo zoom, il controcampo, la camera che segue il movimento e lo cattura da diverse posizioni…

In una sola tavola, Crepax introduce più elementi di novità di quanti fossero mai stati introdotti in tutta la storia del fumetto italiano fino ad allora.

Basti pensare agli effetti dinamici: l’uso del quadro stretto e lungo che ci dà l’effetto dinamico della Giulietta in corsa sulla Statale è integrato dalla descrizione (“verso Milano a 160 km l’ora”) e ulteriormente enfatizzato dall’uso del suono come elemento grafico e narrativo (l’onomatopea del clacson strombazzante).

O si pensi allo scardinamento delle convenzioni sociali all’epoca dominanti: una giovane donna, vestita alla moda, che prende il volante e schizza sulla strada incurante del camionista che le grida “Uè, bambina!” e che sorride sorniona mentre propone ai suoi preoccupati passeggeri uomini di andare in un locale jazz quella sera stessa, non doveva essere molto comune, nel 1965…

Soltanto cinque anni dopo, il mondo è cambiato. Nella realtà e sulle pagine dei fumetti.

Arrivano sulla scena eroi negativi per la prima volta vincenti (Diabolik), eroine sensuali e che uccidono (Satanik), o personaggi dalla forte connotazione ironica e sarcastica, come il gruppo TNT di Alan Ford.

Ma le novità – ancora – si concentrano più sulla caratterizzazione dei personaggi che sullo stile.

Il tratto è tuttora classicissimo, seppur questi apprezzati lavori tentino di uscire in qualche modo dagli schemi convenzionali.

Nel frattempo Valentina è all’apice del successo. Ha scalzato i Peanuts dalla copertina di Linus, e continua in modo assolutamente nuovo a raccontare la sua vita attraverso il sogno e l’inconscio.

Lo studio di un’altra delle tavole più note di Crepax, analizzata dal punto di vista del processo semiologico e costruttivo-narrativo, permette di apprezzare altre originalità introdotte nel fumetto.

In quella Valentina colta in un momento di assoluta intimità, sprofondata nel suo letto durante un sogno, possiamo cogliere una serie di elementi a prima vista poco chiari, ma che risultano di grande importanza.

Come facciamo a capire che si tratta di un sogno? Beh, Crepax ce lo esplicita in modo abbastanza diretto, a noi poi l’onere di cogliere la sua innovazione: gli angoli smussati dei quadri d’inizio e fine della tavola ci permettono di indovinare la dimensione onirica della scena già prima di scoprire l’alter ego di Valentina a letto con Rembrandt…

La scomposizione del particolare in una serie di dettagli più piccoli; l’introduzione del montaggio asincrono tra sogno e realtà, cioè il venir meno riproduzione naturalistica del reale, cosicché ogni inquadratura possa essere goduta dallo spettatore in modo autonomo, indipendentemente dal suo rapporto con quella che la precede e con quella che la segue; l’uso di un nudo non eroticamente fine a se stesso, bensì pittorico, trasformato in elemento grafico purissimo; l’utilizzo di particolari intuitivi percettivi, come il caleidoscopio o il trittico visivo (il letto preso da diverse prospettive): sono tutte piccole chiavi che inducono (o dovrebbero indurre) il lettore non solo a leggere, ma a interpretare e addirittura completare la storia.

Un esercizio di stile tanto più importante se si fa caso al fatto che nell’intera tavola non viene pronunciata neppure una parola

Siamo ormai alla metafisica della comunicazione: l’immagine, quindi, offre una simbologia che il lettore è chiamato a decifrare attraverso la sua percezione, immergendosi a capofitto anche nelle sconosciute dimensioni parallele del sogno e del ricordo.

Col passare degli anni, Crepax accentua il carattere originalissimo dei suoi lavori.

Nel 1975, quando una parte del fumetto italiano scelse di politicizzarsi e di correre dietro ai numerosi fermenti della società e della politica – erano gli “anni di piombo”, del femminismo, del referendum sul divorzio – e un’altra parte scelse invece di non impegnarsi, ma neanche di migliorarsi, Crepax scelse un’altra via, inesplorata.

Il fumetto d’arte.

Allora ecco che scompaiono definitivamente i quadri, non più essenziali per la narrazione, e maggior risalto è dato agli elementi grafici contenuti in ogni tavola: le righe di un abito rappresentano delle linee di forza che ci aiutano a percepire la direzione di un movimento, la posizione innaturale di un braccio ci permette di capire che quel corpo steso a terra in realtà non è morto…

Ogni singola tavola assurge alla dignità di opera d’arte: va chiaramente collocata all’interno di una narrazione completa, ma – presa da sola – certamente non sfigura e non trema di fronte ad opere pittoriche “tradizionali”.

Guido Crepax, ci racconta il figlio Antonio, non poche critiche dovette subire da chi (oh, che lungimiranza!) lo riteneva troppo artista per disegnare fumetti e troppo vignettista per essere un vero artista.

La risposta migliore non sono però le mostre, i riconoscimenti, i successi di pubblico che – a dieci anni dalla sua scomparsa – Crepax continua a ottenere.

No.

Probabilmente è che, a settantun anni suonati, Valentina riesce a emozionarci e sedurci ancora oggi.

Gli oggetti saranno disponibili anche nel market day di Tribu sabato e domenica

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