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THANK YOU MILANO

Da Salvatori, una Milano inusuale vista con gli occhi di Nora De Cicco e Angelo Micheli con l’inedito allestimento di DIMOREGALLERY

THANK YOU MILANOSiamo lieti di ospitare Thank you Milano, mostra di Nora De Cicco e Angelo Micheli – entrambi architetti dello Studio De Lucchi – per celebrare la diversità della città. Il progetto si compone di una serie di “mappe” che ritraggono Milano, non solo attraverso i suoi edifici e luoghi, ma anche attraverso i volti dei pendolari che percorrono la città ogni giorno.

Per rafforzare la milanesità, la presenza di DIMOREGALLERY che, nello spazio Salvatori, rende omaggio ad una città rigorosa e borghese raccontata dalla memoria di Zanuso e Caccia Dominioni,  dalle contaminazioni del design nord europeo ormai (anch’esse) radicate nel tessuto urbano  e nella sua storia, di cui  Emiliano Salci e Britt Moran fondatori di DIMORESTUDIO si fanno interpreti.

Vi aspettiamo nel nostro showroom in via Solferino 11 a Milano dal 13 febbraio alle ore 18:30.

La mostra rimarrà allestita fino al 27 marzo.

Angelo Micheli e Nora De Cicco sono due persone molto riconoscibili, sicuramente indimenticabili per chiunque li abbia incontrati, due caratteri opposti e forse proprio per questo compatibili e mutuamente rispettosi l’uno dell’altro.

La nostra è ormai una conoscenza di lungo corso e abbiamo percorso molta strada insieme lavorando nello stesso studio di architettura, e l’abbiamo percorsa prevalentemente in verticale, in ascensore. Conversazioni brevi, che iniziavano dal Terra al Primo e proseguivano magari dopo qualche ora dal Secondo al Terra, nella pausa di un caffè; le volte che siamo andati insieme dal Meno Uno al Terzo sono state un lusso perché il viaggio era più lungo e c’è stato il tempo di scambiare almeno un paio di frasi complete. Con Angelo siamo anche stati per qualche anno vicini di scrivania e come spesso succede in questi casi il nostro dialogo si svolgeva a pezzi lungo tutto l’arco della giornata, inframmezzato da lunghe pause e interruzioni.

Quello che Angelo e Nora hanno realizzato, ognuno per conto suo, è una storia per frammenti, un po’ come le nostre conversazioni, e così mi piace interpretarla. Ciascuno di loro ha raccontato il suo approccio a Milano, e nel farlo ha espresso in pieno il suo carattere nello stile grafico e compositivo dei disegni o dei dipinti. L’hanno fatto da “non milanesi”, ma questo mi sembra un dato relativamente importante visto che non so misurare la vera milanesità, anche se io qui sono cresciuta come i miei genitori e milanese mi considero, pur non avendo nemmeno un nonno lombardo. 

Se dovessi definire Nora dai suoi disegni, userei queste parole: abbondanza, generosità, apertura, coerenza, trasgressione, ironia, follia, leggerezza, capacità di osservazione, distanza sensibile, invito alla risata, voglia di stupire e di scherzare.  I suoi disegni dimostrano una conoscenza di Milano di gran lunga superiore a quella di molti milanesi pseudo-doc, e l’attitudine di una persona che gira con lo sguardo rivolto in alto e il cuore aperto e desideroso di essere stupito. I suoi disegni sono pieni, pieni e con collegamenti illogici o inaspettati, ma per questo la voglia di stupore che deve avere avuto girando per Milano stupisce chi li guarda, fa sorridere e intenerisce.

Per Angelo, le parole che mi affiorano alla mente guardando i suoi disegni sono la sensibilità, lo spirito di osservazione, la genialità della tecnica, la capacità di sintetizzare in pochi tratti il carattere del viaggiatore, la ricerca della bellezza, della sensualità e del sentimento, l’acutezza visiva e la grande capacità di fare con le mani, di pensare con le mani. Angelo è un artista a tutto tondo, scultore, disegnatore eccellente, e ora anche questo.

Nora lavora sul contenuto – porzioni e spezzoni di città disegnati e uniti insieme con un tratto pulito, unitario e coerente, reso ironico da tocchi di colore inaspettati e particolari suggestivi; Angelo lavora sulla forma – pezzetti di carta, ritagli di giornali resi tasselli di immagini complete e complesse, molto armoniche nella loro interezza tanto da far perdere all’osservatore la comprensione della tecnica usata.  Sono due voci di uno stesso coro. La prossima volta che saliremo in ascensore chiederò loro di cantare.

Giovanna Latis

Mappe sentimentali 

Gianni Biondillo

La realtà esiste solo se viene raccontata. Siamo animali sociali, se non condividiamo il mondo con chi ci sta affianco ci sentiamo esclusi, alienati. Raccontare la realtà non significa necessariamente descriverla attraverso le parole, si può narrare con una fotografia, con un disegno, con una melodia, con un oggetto. Giovanni Michelucci diceva che creare una forma è il modo che l’uomo ha di comunicare tacendo. Questo fanno gli architetti: comunicano attraverso le forme. Sempre.

Angelo Micheli, cremonese, e Nora De Cicco, napoletana, hanno deciso di rendere un omaggio a Milano, di raccontarla. E, da architetti, lo hanno fatto attraverso delle forme.

Pochi amano questa città come chi ci è arrivato da adulto. Si sceglie d’essere milanesi, è come se averla raggiunta, averla conquistata, significhi averla compresa per davvero, messa a fuoco alla distanza, più ancora di chi c’è nato, che la dà troppo spesso per evidente, scontata, prevedibile.

Se un architetto racconta una città inevitabilmente disegna delle mappe. Che non sono necessariamente quelle scientifiche del geografo. Non ostante il côté tecnico, nel petto di ogni architetto pulsa un animo d’artista. Se mappe devono essere che siano mappe sentimentali.

Ciò che raccontano i lavori di De Cicco e Micheli è la relazione sentimentale, affettiva che hanno con questa città, niente quindi che possa essere misurato con un approccio quantitativo.

La città disegnata da Nora De Cicco non ha le proporzioni, la scala, la logica di una mappa così come la intendiamo generalmente. Il tratto ricorda quello Saul Steinberg – architetto anch’esso -, infantile solo all’apparenza. Le sue mappe sono, piuttosto, il racconto di derive continue, fra effettivi camminamenti e digressioni della memoria, nei luoghi necessari che costituiscono il suo senso di cittadinanza, di appartenenza a questa città.

Derive, dicevo. Mappe che assomigliano a quelle dei situazionisti francesi. Dove non bisogna orientarsi ma perdersi – attività fra le più complicate in una metropoli, come ci ricorda Benjamin. Perdersi, cioè, nel riflesso di se stessi. Questo in fondo, vuol dirci il timbro dell’Ordine che Nora De Cicco stampa al contrario su ogni tavola. I disegni che state guardando sono di un architetto, è vero, ma non sono progetti in senso stretto, sono il riflesso del mio io, del mio cuore caldo, intimo.

Così riconosciamo i suoi luoghi affettivi, i suoi architetti feticcio – Gio Ponti, Giovanni Muzio, Vico Magistretti – o, nella profusione di oggetti trovati “per caso” in giro per la città, i suoi designer e artisti di riferimento, quelli che l’hanno formata come professionista e come persona – Bruno Munari, Achille Castiglioni, Fausto Melotti, Michele De Lucchi. E poi c’è lei, autoironica Venere di Botticelli, ritratta dall’amico  Alberto Stampanoni emergente dalle acque della fontana di Piazza Gae Aulenti, o in cammino per la città, con un abitino che è già architettura (e fashion design). Piante, prospetti, sezioni, prospettive, assonometrie. Architetture moderne, contemporanee, storiche. Il Centro storico, compulsivamente reiterato, e le periferie, spesso più abbozzate, come terre ancora da scoprire. Milano. Vista come realtà organica, immaginata alla stregua della chioma della monumentale quercia rossa di piazza XXV Maggio. Viva e pulsante.

Ma se quelle di Nora De Cicco sono, con tutte le peculiarità del caso, evidentemente mappe, come si può dire lo stesso del lavoro di Angelo Micheli?

Eppure, in modo forse più criptico, sono mappe anch’esse. Basterebbe guardare i taccuini di Micheli per capire il senso di questa affermazione. Questi ritratti sono la metafora di un viaggio, quello che ogni mattina Micheli fa in treno dalla provincia di Cremona a Milano.

Troppo spesso crediamo che il paesaggio sia composto solo di cose, di orografia, di edifici,  dimenticandoci così che il colore, il senso di un luogo è fatto, su tutto, dal paesaggio umano. Da chi quei luoghi li vive, li attraversa. Micheli, antropologo sentimentale, ogni mattina appunta il carattere di un viaggiatore, suo simile, suo compagno di ventura. È una sorta di performance quella che intraprende, con regole ben precise: il tempo limite del trasbordo – è per questo che spesso i ritratti restano incompiuti – e la decisione di ritrarre solo i viaggiatori che stanno leggendo, assorti. Trovare cioè in ogni viaggio fisico il viaggio mentale che ogni lettura ci dà. E perciò trovarne l’omologia, la somiglianza.

Mai come in questo caso vale il concetto che assomigliamo a ciò che leggiamo, ne siamo l’evidente riflesso. Micheli appunta sul taccuino sia il volto che la lettura. Poi, giunto a destinazione, riproduce in tavole più grandi il viso abbozzato e lo completa, come un mosaicista pop, con i ritagli dei libri o delle riviste che il suo ignaro compagno di viaggio stava leggendo. La sovrapposizione diventa il modo di esplicitare sui tratti del volto il viaggio interiore che lo sconosciuto stava facendo. Sconosciuto eppure compagno di viaggio, perduto ogni mattina giunto a destinazione e ritrovato, molto spesso, la mattina appresso. Abitanti tutti della stessa metropoli.

Quella così tanto amata da Nora De Cicco e da Angelo Micheli. E da tutti noi.

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